Chi ha Paura delle Mostre Immersive?

La notizia che il governo francese si sia fatto promotore di un’agenzia pubblica per la produzione, la gestione e la distribuzione di mostre immersive è ormai vecchia di qualche mese, ma, se si fa eccezione per un estemporaneo momento di interesse, sembra difficile affermare che la stampa di settore abbia colto l’occasione per aggiornare i termini del dibattito riguardo questo argomento. Eppure degli spunti di riflessione ci sarebbero: in primo luogo, pare legittimo aspettarsi che l’ingresso sulla scena di un operatore pubblico proietti una nuova luce sull’intero ecosistema, là dove l’operazione sembra orientata a un’idea di politica culturale di ampio respiro, volta, da un lato, a favorire la proiezione globale dell’industria francese delle produzioni immersive, dall’altro a incentivare il radicamento nell’immaginario collettivo di questa particolare forma di arte digitale. Secondariamente, se già non temessimo di conoscere la risposta, verrebbe da chiedersi quali strategie contino di adottare i decisori pubblici alle nostre latitudini per favorire analoghi processi.


Mostre Immersive
Un’installazione immersiva

L’arte immersiva e la mediazione critica

Certo non si può dire che da noi manchino soggetti che in completa autonomia operano nel medesimo settore, né che tali soggetti siano venuti meno all’intento di farsi strada. Hanno anzi riscosso le loro sudate attenzioni, pur tra le molte critiche di chi pare voler distribuire patenti di artisticità. Anche perché l’arte immersiva, del tutto all’oscuro di chi si impegna tanto per denigrarla, nei fatti sembra rispondere al gusto di milioni di persone di ogni età.

Piuttosto, per raccapezzarsi meglio in questa materia, sarebbe semmai opportuno evidenziare come nell’insieme delle mostre immersive siano spesso fatti rientrare oggetti tra loro molto distanti. Potrebbe ad esempio essere utile distinguere gli eventi immersivi che mirano a riprodurre simultaneamente le opere di un artista del passato da quelli che indagano le possibili forme del dialogo tra il corpo umano e lo spazio definito dalla tecnologia digitale.

I primi, in genere, si prefiggono di codificare un’esperienza di mediazione culturale che abbia il programmatico intento di democratizzare l’accesso all’arte musealizzata e che sia affine ai linguaggi emersi nell’epoca digitale. I secondi per lo più si collocano in un orizzonte di permeabilità del confine esistente tra ricerca artistica e gamification. L’estetica degli output è chiaramente molto differente, sebbene il processo creativo sia in larga misura lo stesso.

Ad ogni modo, in un caso e nell’altro, tali operazioni assumono anche l’aspetto di grandi processi di disintermediazione della fruizione artistica; e forse questo ci potrebbe aiutare a comprendere l’atteggiamento di quella critica che, con questa consapevolezza di fondo, è usa manifestare ostilità a prescindere.

Raffaele Nencini

Redattore di Crossmedia Group fin dal lontano 2011. Come tende a ripetere troppo spesso, sono molte le cose di cui non è orgoglioso. Certi giorni, però, le cose gli riescono bene.

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